PALESTINA - TERRITORI OCCUPATI - STRISCIA DI GAZA
ricevo e inoltro, per informazione
saluti, Miriam
RESTIAMO UMANI
29-12 Ola al-Tamimi - Jenin: Giro di vite dell'Autorità Palestinese nei confronti degli attivisti contrari ai negoziati.
Michele Giorgio - Betlemme occupata, i Territori del Natale.
Geoffrey Aronson - Le misure per la costituzione dello stato non porteranno a niente, fintantochè la Palestina resterà una colonia.
Nena News Redazione - Chiuso il valico di Kerem Shalom, Gaza di nuovo al buio.
VIDEO di David Sheen e Max Blumenthal sulla natura eminentemente razzista dello stato di Israele
27/12/2013 09:54 | POLITICA - INTERNAZIONALE | Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio
De Magistris: «Liberiamo lo Stato di Palestina»

Per Luigi De Magistris sono stati giorni intensi nei Territori
occupati. Il sindaco di Napoli, che ha ricevuto dal presidente dell’Anp la
cittadinanza onoraria, ha avuto modo di verificare di persona le conseguenze
dell’occupazione militare e di comprendere il significato di una esistenza
passata tra posti di blocco, permessi da ottenere, il Muro che circonda le
città palestinesi, a cominciare da Betlemme dove ha alloggiato. «E’ stata
una scelta precisa quella di passare a piedi il check point tra Betlemme e
Gerusalemme e di non far ricorso all’automobile del consolato (italiano).
E’frustrante pensare che ci possa essere un popolo così oppresso, così umiliato
nella sua dignità», spiega De Magistris al manifesto. In questi giorni il
sindaco ha potuto rendersi conto anche della tensione che regna sul terreno
due palestinesi (tra i quali una bimba di quasi quattro anni) e un israeliano
uccisi a Gaza, raid aerei, ordigni esplosivi, violenze e la gravità del problema
delle colonie israeliane in continua espansione dei Territori occupati.
Le ultime demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania, ad Ain Ayoub,
vicino Ramallah, e a Fasaiyl Wusta, nella Valle del Giordano, hanno lasciato
senza un tetto 70 persone. Una cosa è leggere o studiare queste cose,
un’altra è vederle con i propri occhi.
Domenica, scrive la stampa israeliana, arriverà l’annuncio della costruzione
di altre mille, forse duemila nuovi appartamenti negli insediamenti in
Cisgiordania e a Gerusalemme Est, di fatto come contropartita per il
rilascio di altri 26 dei 104 prigionieri politici che il governo Netanyahu
si è impegnato a rilasciare lo scorso luglio nel quadro delle intese per la
ripresa del negoziato bilaterale. I timidi «richiami» ed «ammonimenti»
giunti da Stati Uniti ed Unione europea non hanno minimamente scalfito la
determinazione del premier israeliano di continuare le costruzioni
nelle colonie. Israele sa che non c’è una volontà occidentale di fermare
l’espansione degli insediamenti colonici che pure avviene in aperta violazione
del diritto internazionale. «Non ci fermeremo, nemmeno per un istante,
nella costruzione del nostro Paese e nello sviluppo della nostra impresa coloniale”,
aveva garantito il primo ministro qualche giorno fa rivolgendosi a un
gruppo di membri del suo partito, il Likud. La “mediazione imparziale” da
parte degli americani è un paradosso. Nelle scorse settimane il Segretario
di Stato John Kerry ha presentato a israeliani e palestinesi un “piano di
sicurezza” per la Cisgiordania in gran parte simile a quello che ha in mente
Netanyahu.
Di fronte alla debole linea dei governi occidentali, Luigi De Magistris,
alla guida di una delle città più importanti del Mediterraneo, si dice impegnato
in una iniziativa dal basso, fondata sul volere delle popolazioni: fare
delle municipalità italiane e mediorientali il pilastro per una pace
costruita sulla giustizia. Il Protocollo per il Forum degli enti locali del
Mediterraneo che ha firmato nei giorni scorsi, spiega De Magistris, «parte
dal sindaco di Napoli e mette insieme alcun sindaci della Palestina, in particolare
quelli di Nablus, Ramallah e Betlemme, per rafforzare la democrazia dal
basso per la pace. Pensiamo che con azioni forti che vengono dalle comunità,
dai rappresentanti delle persone, con una democrazia diretta più forte,
ci possa essere un’accelerazione del processo di pace». A Napoli il prossimo
anno, aggiunge il sindaco, «il Mediterraneo sarà protagonista della
pace. Non vogliamo più un Mediterraneo intriso di sangue come abbiamo visto
a Lampedusa».
Il legame speciale tuttavia è sempre tra Napoli e la Palestina. «Si tratta
di un rapporto molto stretto – prosegue De Magistris – Abu Mazen qualche
mese fa ha ricevuto a Napoli la cittadinanza onoraria e ora anche io sono
cittadino palestinese, con tanto di passaporto». Napoli, continua il
sindaco, è percepita «come una capitale, una città con una diplomazia
autonoma, indipendente dai governi. Napoli può essere promotrice di un processo
di pace. Stiamo tessendo molti rapporti, stiamo riscoprendo un ruolo internazionale
che la città aveva perso negli anni passati». L’amministrazione comunale di Napoli
un anno fa appoggiò apertamente l’ingresso della Palestina all’Onu come
Stato non membro. De Magistris scrisse al capo dello stato Napolitano per
spingerlo a sostenere la richiesta al Palazzo di Vetro presentata da Abu
Mazen a nome dell’Olp. «A Napoli consideriamo la Palestina uno Stato e Gerusalemme
una città nevralgica della Palestina – conclude De Magistris — Ci batteremo
sino a quando lo Stato di Palestina non sarà liberato e tutti i prigionieri
politici (palestinesi) saranno liberi. Dobbiamo far crescere la mobilitazione
e lavorare perchè siano abbattuti i muri».
24-12 Appello di Kassem Aina da Beirut.
Haidar Eid - La non partecipazione come strategia palestinese.
Michele Giorgio - Alta tensione, Netanyahu: avanti con le colonie.
Anna Clementi - La lenta morte di Gaza.
Nena News Redazione - Samer Issawi liberato, torna a casa da eroe.
Netanyahu: avanti con le colonie. Nell’Anp volano gli schiaffi
Pubblicato il 20 dic 2013
di Michele Giorgio – il manifesto -
L’espansione delle colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata
non si fermerà, assicura il premier israeliano Netanyahu, nonostante le
critiche degli Stati Uniti e gli ammonimenti dell’Unione europea.
«Non ci fermeremo un attimo per costruire il nostro paese per rafforzarci
e sviluppare…gli insediamenti», ha ribadito il primo ministro confermando
che il suo governo e la destra continuano a considerare
i territori occupati palestinesi parte di Israele. Parole pronunciate
nelle stesse ore in cui il capo dei negoziatori palestinesi affermava la
volontà dell’Autorità Nazionale (Anp) di continuare i negoziati anche
dopo aprile – termine dei nove mesi fissati per la conclusione delle trattative
dal segretario di stato Usa John Kerry — a patto che le parti concludano
una schema d’accordo complessivo su tutti i temi principali del negoziato.
Un accordo di massima è possibile, ha spiegato Erekat, ma potrà concretizzarsi
solo se Israele deciderà «di preferire la pace alla costruzione nelle colonie».
Netanyahu ha già fatto sapere cosa preferisce.
Non cessa l’espansione degli insediamenti colonici e continuano
i raid militari all’interno di campi profughi e centri abitati
palestinesi. Quella di mercoledì è stata una notte di incursioni
israeliane nelle aree A della Cisgiordania che pure, secondo gli
accordi di Oslo, sono sotto il pieno controllo dell’Anp. Nel raid compiuto
nel campo profughi di Jenin — allo scopo, ha detto un portavoce militare
israeliano, di arrestare un presunto capo di Hamas — è stato ucciso
Nafea Saadi, 23 anni, che con altri giovani era sceso in strada a protestare
contro l’incursione. Almeno altri otto palestinesi sono stati feriti, alcuni
dei quali in modo grave. Poco dopo un altro palestinese, Samir Yasin, 28
anni, agente delle forze di sicurezza dell’Anp, è caduto in un agguato di
una unità speciale israeliana a Qalqilya. La popolazione, come
a Jenin, subito dopo si è riversata in strada per protestare lanciando
pietre e bottiglie incendiarie. Per il portavoce militare Yasin
era armato ed era ricercato per aver sparato contro obiettivi israeliani.
Nel 2013 Israele ha intensificato i raid nei centri abitati della
Cisgiordania uccidendo una ventina di palestinesi, in buona parte durante
le proteste seguite alle incursioni delle unità speciali. «Questa pericolosa
escalation israeliana è rivolta a vanificare gli sforzi americani
e internazionali per avanzare nel processo di pace portando
i negoziati ad un punto morto», ha commentato Nabil Abu Rudeineh, portavoce
della presidenza palestinese, che poi ha chiesto alla comunità internazionale
di «muoversi per mettere fine alle misure (israeliane) che tengono chiusi
i palestinesi in una spirale di tensioni e violenza».
Le condanne di Abu Rudeineh lasciano indifferenti i palestinesi dei
Territori occupati a dir poco scettici nei confronti delle trattative
con Israele e che guardano con crescente sfiducia all’Anp. D’altronde
non potrebbero avere un atteggiamento diverso visto che nonostante la crisi
palestinese resti grave i dirigenti dell’Anp non trovano di meglio che
farsi la guerra tra di loro. Due giorni fa a Ramallah la guardia presidenziale
ha dovuto circondare la sede del Consiglio Legislativo Palestinese
a Ramallah per proteggere un deputato minacciato da un pezzo grosso
di Fatah. Nelle stesse ore uomini armati hanno aperto il fuoco contro gli
uffici del ministro palestinese per gli affari islamici.
A quanto si è saputo Jamal Abu al Rab, un parlamentare che in passato
aveva fatto parte del gruppo armato le “Brigate di al Aqsa” (Fatah),
e Jibril Rajoub, un ex comandante delle forze di sicurezza ora presidente
della Federazione Calcio Palestinese, erano incaricati di accogliere il
ministro degli esteri cinese Wang Yi in visita in Israele e Territori
occupati. All’improvviso, per vendicarsi di un aggressione subita un mese
fa, al Rab ha schiaffeggiato Rajoub e si è dato alla fuga. Rajoub,
mettendo da parte il fair play che ostenta quando parla di calcio, ha ordinato
agli uomini della sua scorta di inseguire al Rab e vendicarlo. Il deputato
ha quindi cercato rifugio nella sede del Clp dove è rimasto nascosto
per ore sotto la minaccia degli uomini di Rajoub, fino all’arrivo della guardia
presidenziale che ha formato un cordone attorno all’edificio permettendo
al deputato di potersi allontanare senza rischio. Le vecchie e inutili
rivalità ai vertici dell’Anp aggravano la sfiducia della popolazione. In
un sondaggio diffuso a giugno dal Centro palestinese per la Politica
e la Ricerca Statistica, il 77 per cento degli intervistati palestinesi
ritiene ci sia corruzione tra i funzionari dell’Anp in Cisgiordania
e il 61 per cento nel governo di Hamas a Gaza
Date:
Wed, 18 Dec 2013 20:57:29 +0100
Subject: Gaza alluvionata
From: comitatosalaam@gmail.com
To:

di
Anna Clementi
Roma, 18 dicembre 2013, Nena News - La popolazione di Gaza sta
lentamente cercando di tornare alla normalità dopo un'eccezionale ondata di
maltempo che ha totalmente allagato la Striscia costringendo decine di migliaia
di famiglie a lasciare la propria casa e a trovare riparo in edifici pubblici e
rifugi di emergenza. Centinaia di persone sono rimaste intrappolate nelle
case e molte altre sono state ferite a causa dal crollo degli edifici. Le
aree più colpite sono state la parte settentrionale di Gaza e Gaza City, dove
le infiltrazioni di acqua hanno provocato molti danni alle abitazioni e alle
reti elettriche. Gravi sono state anche le conseguenze per l'agricoltura:
secondo le stime dell'agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
(OCHA) circa il 10 percento delle serre e dei campi agricoli di Gaza sono stati
danneggiati.
E la pioggia torrenziale di questi giorni non ha fatto altro che peggiorare una
situazione sanitaria ed ambientale già disastrata dagli ancora visibili effetti
dei bombardamenti israeliani di Piombo Fuso (2008-2009) e di Colonna di Difesa
(2012) e dalle conseguenze dell'assedio che Israele impone alla Striscia dal
2007.
Oggi Gaza, una delle zone a più alta densità abitativa coi suoi 4353 abitanti
per chilometro quadrato, vive una condizione di alto rischio sanitario ed
ambientale. Il 95% della falda acquifera costale, l'unica fonte di acqua
corrente della Striscia, è contaminata da infiltrazioni saline, feci umane e
fertilizzanti. L'alta concentrazione di nitrati e di cloruro, 10 volte
superiore alla quantità massima stabilita dall'Organizzazione Mondiale della
Sanità, causa di anemia e diverse forme di cancro, rende l'acqua di Gaza troppo
inquinata per essere bevuta.
La maggior parte degli abitanti è perciò costretta a comprare l'acqua dagli
impianti di desalinizzazione. Impianti che, tuttavia, troppo spesso non vengono
controllati e non seguono le norme igieniche appropriate per una corretta
purificazione dell'acqua. Inoltre il costo di questo processo è molto alto
(ogni metro cubo di acqua costa 50 NIS, l'equivalente di 10 euro) e molte
famiglie spendono fino ad un terzo delle loro entrate mensili solamente per
l'acquisto di acqua. Chi non può permettersi una spesa simile, utilizza fonti
alternative ben consapevole del rischio sanitario a cui va incontro: quasi il
18% dei palestinesi di Gaza prende la propria fornitura di acqua dai pozzi
agricoli che spesso sono contaminati di fertilizzanti e microbi.
Una delle principali cause della contaminazione della falda acquifera è
l'assedio che Israele impone alla Striscia dal 2007, che ha reso Gaza una vera
e propria prigione a cielo aperto in cui ogni collegamento con l'esterno, via
terra, aria e acqua, è sotto il totale controllo israeliano. Sono proprio le
restrizioni israeliane sull'importazione di materiali da costruzione ad aver
portato la situazione idrica e sanitaria sull'orlo del collasso. Infatti
l'impossibilità di riparare e rinnovare le infrastrutture idriche e gli
impianti di trattamento delle acque reflue, unita ai gravi danni alle reti
idriche causate dall'Operazione Piombo Fuso e dall'ultima offensiva israeliana
contro la Striscia nel novembre 2012, ha fatto sì che ogni giorno, dal 2008,
vengano riversati in mare dai 60 ai 90 milioni di litri di acqua di scarico non
trattata. I bambini, che vivono vicino alle pozze
dove vengono scaricate le acque reflue, presentano un alto livello di parassiti
intestinali che spesso sono la causa di gravi malattie nutrizionali.
Ed in mancanza di azioni concrete ed immediate contro Israele che, impunito,
continua ad infrangere il diritto internazionale, la situazione a Gaza è
destinata ad aggravarsi sempre più.
Secondo il rapporto, pubblicato dall'ONU ad agosto 2012, nel 2020
la popolazione di Gaza supererà i due milioni di abitanti e non ci potrà essere
un'adeguata fornitura dell'acqua e i servizi sanitari ed educativi. E se non si interverrà subito, la situazione entro il 2020
potrà divenire irreversibile. Sono già passati quasi due anni dalla stesura del
rapporto e la situazione di Gaza, assediata da Israele ed isolata dal mondo
intero, non ha fatto altro che peggiorare.
Nena News
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Salaam Ragazzi dell'Olivo - Comitato di Milano - Onlus
Salaam Children of Olive Tree - Milan Committee - Onlus
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